UTERO IN AFFITTO: LA CEDU DICE NO

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UTERO IN AFFITTO: LA CEDU DICE NO

UTERO IN AFFITTO: LA CEDU DICE NO

Il giorno 18 maggio 2021 la Cedu (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) ha dato ragione alle autorità islandesi che non hanno riconosciuto a una coppia di sue cittadine, la genitorialità su un bambino nato in seguito alla maternità surrogata, e senza alcun legame genetico con la coppia, in California nel 2013.
La vicenda giudiziaria era nata dopo che le due donne, coniugate, si erano recate negli Stati Uniti per concludere un accordo di maternità surrogata con una donna sposata.
Una volta rientrate in Islanda con il piccolo in braccio, tre sole settimane dopo la nascita, avevano chiesto la cittadinanza islandese per il minore e che fosse riconosciuto come figlio della coppia. Il punto è che, essendo in Islanda vigente il divieto di maternità surrogata – essendo il piccolo in questione nato da madre americana -, quest’ultimo è stato considerato, semplicemente, come minore non accompagnato posto sotto la tutela delle due donne: ma non loro figlio.
La coppia allora fa ricorso al Ministero dell’Interno che nel 2014 conferma l’impossibilità di riconoscerle come genitori del minore. Nel frattempo il bambino viene considerato come cittadino straniero privo di genitori e quindi il Comitato di protezione dei minori lo prende in custodia. La coppia fa richiesta di adozione e propone un altro ricorso, questa volta al tribunale di Reykjavik.
Il giudice respinge il ricorso affermando che il riconoscimento della genitorialità di queste due donne avrebbe comportato, come conseguenza inevitabile, anche il riconoscimento legale della maternità surrogata, pratica vietata in Islanda
Nel 2015 le due donne divorziano e la domanda di adozione decade, ma una svolta giurisprudenziale islandese aveva fatto in modo che il minore potesse avere il passaporto islandese, anche se alla coppia non venne egualmente riconosciuta la potestà genitoriale.
Nel 2017, poi, la Corte suprema islandese aveva confermato quanto stabilito dalla Corte distrettuale, in ordine del fatto che «in Islanda la madre naturale è la madre e le autorità non hanno l’obbligo di riconoscere i richiedenti come genitori».
Infine la coppia fa ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), lamentando il fatto che la decisione dei giudici islandesi avrebbe comportato una violazione del loro diritto alla vita privata e familiare tutelato dall’art. 8 della Convezione europea dei diritti dell’uomo. Il loro intento ultimo, una volta vinto il ricorso presso la Cedu, sarebbe stato quello di essere riconosciute entrambe come genitori nonostante avessero divorziato e si fossero risposate.
Dunque, la Cedu il 18 maggio scorso ha rigettato il ricorso perché non c’è stata violazione del diritto alla vita privata e familiare dell’ex coppia.
Insomma, il divieto dell’utero in affitto, in uno Stato, è cosa lecita nonostante le aspirazioni genitoriali che si possono avere.
La decisione della Corte di Strasburgo risulta significativa, sia perché costituisce un precedente – che inevitabilmente farà giurisprudenza – sia perché, in una fase storica in cui sono fortissime le pressioni per sdoganare la maternità surrogata, tale verdetto dà argomenti e forza a coloro che vi si oppongono.

 


 

🇬🇧   SURROGACY: THE ECHR SAYS NO

On 18 May 18 2021 the ECHR (European Court of Human Rights) ruled in favour of the Icelandic authorities who did not recognise, to a couple, the parenting of a child born in California as a result of surrogacy and without any genetic link with the couple.
The legal matter was brought forward after the two married women went to the United States to conclude a surrogacy agreement with a married woman.
Once they returned to Iceland with the baby in their arms, just three weeks after birth, they had applied for Icelandic citizenship for the minor and for him to be recognised as the couple’s child. The point is that, since the ban on surrogacy is in force in Iceland – since the baby in question was born of an American mother – the latter was considered, simply, as an unaccompanied minor placed under the protection of the two women: but not their legal son.
The couple then appealed to the home office Ministry which, in 2014, confirmed the inability of recognising them as the minor’s parents. In the meantime, the child is considered as a foreign citizen without parents and therefore the Child Protection Committee took him into custody. The couple applied for adoption and proposed another appeal, this time to the Reykjavik court.
The judge dismissed the appeal stating that the recognition of the parenthood of these two women would have led, as an inevitable consequence, also the legal recognition of surrogacy, a practice prohibited in Iceland.
In 2015 the two women divorced and the application for adoption lapsed, but an Icelandic jurisprudential change had made it possible for the minor to have an Icelandic passport, even if the couple was not equally recognised having parental authority.
Then, in 2017, the Icelandic Supreme Court confirmed what the District Court ruled, in order that “in Iceland the birth mother is the mother and the authorities are not obliged to recognise applicants as parents”.
Finally, the couple appealed to the European Court of Human Rights (ECHR), complaining that the decision of the Icelandic judges would have resulted in a violation of their right to privacy and family life protected by art. 8 of the European Convention on Human Rights. Their ultimate intent, once they won their appeal to the ECHR, would have been to be recognised as both parents despite their divorce and their remarriage.
Therefore, the ECHR on 18 May rejected the appeal because there was no violation of the former couple’s right to private and family life.
In short, the prohibition of the rented uterus, in a State, is lawful despite the parental aspirations that one may have.
The decision of the Strasbourg Court is significant, both because it constitutes a precedent – which will inevitably make jurisprudence – and because, in a historical phase in which the pressure to clear surrogacy is very strong, this verdict gives arguments and strength to those who take it oppose.

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