“SAMUELE C’È”

Oggi, 15 ottobre, è l’ultimo giorno della campagna “Baby Loss Awareness Week”, dove LifeAid di Steadfast ha dato il suo piccolo contributo. Siamo convinti che sensibilizzare sul significato della perdita di un bambino in gravidanza, durante o subito dopo il parto, sia molto, troppo importante.

Oggi pubblichiamo la testimonianza di Mamma Sara e del suo piccolo Samuele.

 

Quando ti ho perso, Samuele, al dolore di saperti non più con me, si è aggiunta la sofferenza inflitta da chi non ti riconosceva degno di quel dolore.

Eri il fratellino atteso, il tesoro immeritato: con il test di gravidanza in mano, nel mio cuore esultavo, felice che tu ci fossi. Ma la gioia è durata poco. Già dopo qualche giorno, mi tormentavo perché il mio istinto di mamma mi diceva che qualcosa non andava. La nausea che mi aveva accompagnato nella prima gravidanza non iniziava e a nulla valevano le rassicurazioni della ginecologa. Io sapevo che non stavi bene. Venne il momento della prima ecografia: si vedeva la camera gestazionale, ma tu non eri ancora visibile. La ginecologa mi disse che era inutile essere ansiosi e che avremmo ripetuto un controllo dopo un paio di settimane. Ricordo che mi domandai come poteva dirmi di non essere ansiosa: qualcuno si sarebbe mai permesso di dire a una madre il cui figlio era forse gravemente malato di non preoccuparsi? Perché a me lo si poteva dire?

Il controllo successivo non dette buon esito. Tu eri piccolissimo, non cresciuto, e la gravidanza si era fermata. Io lo sapevo già, ma l’ufficialità della notizia mi fece scoppiare in singhiozzi. “Non piangere” mi disse il medico, “almeno è finito tutto all’inizio. Pensa se la gravidanza fosse andata avanti e poi fosse venuto fuori che il bambino era malformato. Lo sai che ci sono bambini che si sviluppano senza testa? Che ci fai con un bambino senza testa?” Queste parole le ricorderò sempre. “Cosa sta dicendo, con questo linguaggio grottesco? Si riferisce all’anencefalia? Che ci faccio con un bambino con l’anencefalia? Lo amo, cos’altro ci dovrei fare?”. Lo pensai tra me, ma non ebbi la forza di dirglielo, non in quel momento. In seguito le scrissi una lettera, per dirle quello che pensavo, ma lì per lì la forza mi mancò. Mi aveva detto di andare subito in ospedale per procedere alla revisione della cavità uterina, che si fa in caso di aborto interno. Non presi nemmeno in considerazione l’idea. Me ne tornai a casa, con il papà e la tua sorellona. Non ero pronta a lasciarti andare, Samuele.

Il tuo nome, te l’ho dato quella sera. Non potevo sapere se eri un maschio o una femmina, ma, nella mia mente, ti immaginavo maschio e Samuele è il nome che abbiamo scelto per te.

Nei giorni successivi feci altri controlli ed esami. Debole o malato ti avrei tenuto con me, e il mio timore era che, per un errore o per superficialità, tu venissi tolto dal tuo nido mentre ancora vivevi, ma tutto confermò che tu non eri più con noi, le BetaHCG quasi scomparse, le nuove ecografie e la pancia che se ne andava. Piccolissimo, sei passato come un lampo, lasciando in noi una impronta indelebile. Dovevo andare in ospedale e per due volte entrai e poi firmai per uscire, perché volevo tenerti ancora vicino a me in qualche modo, come potevo. Era uno strazio che non riuscivo ad affrontare.

Alla fine parlai con un medico vero, innamorato della vita, che con dolcezza mi fece capire che non potevo mettere a rischio la mia salute. Tu eri morto e non saresti comunque tornato. Andai in ospedale, e chiesi di avere il tuo minuscolo corpicino da seppellire. Incontrai persone che mi aiutarono in questa mia richiesta, che a me sembrava tanto normale e invece ad altri apparve tanto strana. Mi scontrai con alcune di queste persone, perché non riuscivano a vederti per quello che eri: una persona, morta prima di nascere, che meritava tutto il rispetto e tutto il dolore del mondo.

Il giorno dopo, con il papà e tua sorella ti portammo in Chiesa, da un sacerdote, per pregare con te. Pregammo per te e per noi.

Sei stato sepolto nel cimitero della nostra città. Una piccola lapide e un mazzo di fiori ricordano a tutti quelli che passano di là che tu ci sei stato, ci sei, e ci sarai. Sempre, amore mio.

Ogni giorno mi manchi, Samuele. Nella grazia e nella gioia di avere altri figli con me, la tua insostituibilità si è fatta, se possibile, ancora più evidente. Ogni giorno ti penso e qualche volta ti sogno: nei miei sogni sei già un uomo e sei aggraziato e bello, di una bellezza senza tempo. Immagino sempre che sarà così che ti vedrò, quando infine ti incontrerò e ti terrò di nuovo vicino al mio cuore.

di: Mamma Sara

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