REGOLAMENTARE LA GPA?

Maternità surrogata: cosa significa regolamentarla
Surrogacy: What regulation means
Testo in italiano / Link in English

By Ana-Luana Stoicea-Deram, political scientist, sociologist and professor in Paris. President of collectif CORP, feminist & abolitionist network against surrogacy.
https://ressourcesprostitution.wordpress.com/…/surrogacy-w…/


Articolo di: Ana-Luana Stoicea-Deram, scienziata politica, sociologa e professore a Parigi. Presidente del COPR collettivo, gruppo femminista e abolizionista contro la maternità surrogata.

Dal 6 al 9 febbraio 2018, La Conferenza dell’Aia ha riunito il suo gruppo di esperti su parentela e maternità surrogata. Sulla base del principio che «le convenzioni di procreazione risalgono ai tempi della Bibbia» (rapporto del 2012), la Conferenza mira al riconoscimento internazionale degli effetti di questa pratica.
Sono esclusivamente gli avvocati coinvolti in questa pratica che la Conferenza ha scelto come consulenti, così come sono state interpella esclusivamente le ONG che sono a favore di essa.
Tuttavia, il presupposto di partenza è falso: non c’è madre surrogata nella Bibbia, tutte le donne – comprese le schiave – sono riconosciute come madri dei loro figli, da cui non sono mai separate.

Di fronte a questi sforzi per regolamentare la maternità surrogata a livello internazionale, è importante capire perché alcuni desiderano dare delle regole e quale cosa significa regolamentarla.

Va ricordato che la maternità surrogata è una pratica sociale, non una tecnica medica, come talvolta sostenuto in quanto è resa possibile dalla fecondazione in vitro e dalle tecniche di inseminazione artificiale.
Ma chiedere a una donna che non ha desiderio di un bambino di passare attraverso una gravidanza (di solito è il risultato derivante da ovociti che non sono i suoi), e poi consegnare il bambino che ne è il risultato ad altri, non è una pratica medica.

L’argomento principale proposto da coloro che sono a favore della regolazione della maternità surrogata è la riduzione a qualcosa di inevitabile: «questa pratica è possibile; è effettuata in molti paesi; le persone che desiderano ottenere un figlio la utilizzeranno comunque quindi possiamo solo provvedere a regolamentarla.»

Il volere regolamentare questa pratica solo perché potrebbe essere inevitabile è rifiutarsi di mettere in discussione la natura stessa di essa e quello che implica riguardo, da un lato, le relazioni umane, cioè il fatto che alcuni esseri umani possono essere trasformati in mezzi, al servizio degli altri e, da un altro lato le relazioni tra donne e uomini, dal momento che le donne verrebbero considerate oggetti (forno, incubatrice, baccello, ecc.) per la soddisfazione degli altri – la stragrande maggioranza delle volte succede da parte di uomini (Il calciatore Cristiano Ronaldo, che ha tre figli nati da madri surrogate, ne è un esempio).
Questo tipo di relazione è molto simile alla schiavitù, che è “lo stato o la condizione di una persona su cui vengono esercitati uno o tutti i poteri che riguardano il diritto di proprietà” (Convenzione sulla schiavitù).
Nel libro “Maternità surrogata. Una violazione dei diritti umani” del 2017, la ricercatrice australiana Renate Klein dimostra che la procedura di regolamentazione normativa contesta l’approccio globale alla natura del problema e tende ad imporre un approccio parziale, mettendo in discussione un aspetto o l’altro della maternità surrogata, per capire se e come le può essere data una forma. Usando le parole della femminista americana Robin Morgan, Klein ricorda che “questa è l’essenza stessa del patriarcato: la capacità di istituzionalizzare la disconnessione.”
In effetti, la maternità surrogata si basa su una rappresentazione frammentata, disconnessa e sbriciolata delle donne e dei loro corpi. Questo è ciò che intende la filosofa Sylviane Agacinski quando si riferisce a corpi sbriciolati. (“Corps en miettes” 2013).

Regolamentare o legiferare equivale quindi ad accettare la pratica e credere che si possano limitare le sue possibili conseguenze dannose.
Senza dubbio, è chiaro che il problema è la struttura stessa: l’esistenza di un limite è insopportabile per coloro che vogliono ottenere un figlio da una madre surrogata.

Inoltre, la regolazione della maternità surrogata non ha nulla a che fare con l’emancipazione e l’autonomia delle donne. Dove le donne possono avere accesso a un lavoro adeguatamente retribuito e sicuro, non diventano madri surrogate.
Le donne indiane dicono chiaramente che questo è un sacrificio che fanno perché non hanno altri mezzi per guadagnarsi una vita decente, specialmente per i loro figli e che sarebbe un fallimento per loro se anche le loro figlie diventassero madri surrogate (Rozée e al., 2016; Saravanan, 2015).

La richiesta di regolamentazione arriva principalmente da persone che hanno ottenuto figli attraverso una madre surrogata, che agisce secondo una logica di “fatto compiuto” e che quindi chiede un regolamento a posteriori (che solleva la questione del valore della legge per queste persone), o su richiesta delle varie parti che hanno interessi finanziari e professionali per lo sviluppo della pratica: agenzie di intermediazione, cliniche, avvocati.
Il ruolo delle varie leggi o regolamenti in vigore oggi è quello di stabilire uno standard che abbia un duplice scopo, vale a dire proteggere le varie parti coinvolte nella pratica (madri surrogate, richiedenti, minori), come nel caso della Gran Bretagna, Ucraina, India ecc… e per garantire il rispetto di un contratto, come negli Stati americani che hanno legiferato in materia.
Tuttavia, da nessuna parte la legge garantisce che la domanda sarà soddisfatta.
Fino ad ora, la legge britannica considera la donna che partorisce come madre del bambino, ed è dopo la nascita e deve dare il suo accordo finale affinche i richiedenti possano essere riconosciuti come genitori.

Inoltre, non dovrebbe essere pagata, ma compensata per i (limitati) costi relativi alla gravidanza.
Questa legge non è soddisfacente. In Gran Bretagna non ci sono abbastanza madri surrogate per soddisfare le richieste britanniche (come si può vedere in “Per avere e tenere: l’ascesa della maternità surrogata in GB”, Vogue, 27/09/2017).
Questo inizialmente ha portato allo sviluppo del turismo riproduttivo, portando gli inglesi a cercare servizi di maternità surrogata altrove, in particolare per accedere a servizi non forniti nel Regno Unito.
Lord Weymouth spiega che lui e sua moglie hanno usato una madre surrogata in California in modo che la madre non comparisse sul certificato di nascita.
In secondo luogo, la richiesta di legalizzare commercialmente la maternità surrogata è stata chiaramente formulata dal 2016.
Laddove esiste una legislazione sulla maternità surrogata, e impone ad essa una regola che limita la consegna del bimbo presentandola come una pratica altruistica (presumibilmente etica), ciò porta a che venga richiesta la sua commercializzazione.

Per quanto riguarda il contratto, il suo funzionamento è caratterizzato da diversi punti oscuri.

Una delle prime domande che sorgono quando si firma un contratto è sapere quali sono le condizioni di reversibilità (ad esempio, un acquisto, un servizio o un contratto di matrimonio).
Quando si tratta di maternità surrogata, ci si rende conto che è quasi impossibile esercitare la reversibilità del contratto.
Come sempre cito un esempio, I contratti americani non proteggono affatto le madri surrogate, come è stato dimostrato nel caso di questa donna che, molestata dai richiedenti, si è allontanata da loro, ha subito insulti razzisti da loro e ha deciso di non separarsi dal bambino. Tuttavia è stata separata lo stesso, perché proveniva dallo sperma del richiedente “(Who is baby H parent?” The Des Moines Register, 29/08/2017).

Il contratto presuppone l’uguaglianza tra le parti.
Tuttavia, le indagini sociologiche mostrano che le parti sono spesso ineguali.
I profili degli americani «surrogati» attestano chiaramente le relazioni ineguali (economiche, sociali, culturali, simboliche) in cui si trovano rispetto ai richiedenti (Jacobson, 2016).

Il contratto presuppone che si possa andare in tribunale per far rispettare i propri diritti in caso di inadempienza da parte di una delle parti: questo è il ruolo della legge.
Ma, per portare un caso davanti ai tribunali, per far rispettare la legge, bisogna avere i mezzi per farlo.
E gli avvocati della madre surrogata sono pagati dai richiedenti, all’inizio della relazione, per simulare una parvenza di correttezza.
Vedi sull’argomento il film “Breeders: una sottoclasse di donne? che dà voce a madri americane surrogate ingannate e sfruttate secondo i contratti. (https://www.youtube.com/watch?v=GNNCqs52jFU)

Il contratto in questo caso apre la porta a tutti i tipi di abusi, nella misura in cui cose illegali possono essere chieste alle madri con i «futuri genitori richiedenti» convinti che le accetteranno pur di non perdere il contratto; ad esempio, rinunciare alla riservatezza tra la madre surrogata e il medico, o accettare che i richiedenti siano gli unici a decidere in merito alla riduzione degli embrioni, all’aborto o persino alle modalità di parto.

Il contratto trasforma i bambini in proprietà perché, in California, per esempio, la legge sulla maternità surrogata si basa sul regolamento relativo alla proprietà intellettuale per stabilire una parentela: è la persona che ha avuto l’idea di avere il figlio che è il genitore. I bambini sono così assimilati ai beni come lo sono le idee.

Anche ammettendo che una regolamentazione della maternità surrogata potrebbe migliorare la sua pratica, è chiaro che i punti controversi rimarrebbero.
Chi è la madre? Su quali criteri è designata?
In che modo i richiedenti e le donne che desiderano diventare madri surrogate sono collegati (agenzie for-profit, ente pubblico, con quali finanziamenti)?
Chi lo fa, a quali condizioni, secondo quali criteri?
Possiamo selezionare (madri, richiedenti)? In nome di cosa?
E i bambini? Cosa dovrebbe essere pianificato relativamente al loro accesso relativo alle informazioni sulle loro origini? Come possiamo garantirlo?
Muriel Fabre-Magnan presenta chiaramente i problemi di tutte queste domande nella maternità surrogata.
Fiction e realtà. (“La gestation pour autrui, Fictions et réalité” – 2013).

Indipendentemente dalle modalità, regolamentare la maternità surrogata equivarrebbe a riconoscere il diritto di tutti a usare madri surrogate e a reclamare i bambini che porterebbero nel mondo in base a un contratto.
Così, consacrando l’irriducibile disuguaglianza tra donne e uomini e tra le persone: nati per contratto o meno.

con Emmanuele Di Leo

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References
Jacobson, H., 2016, Labor of love. Gestational surrogacy and the work of making babies, Rutgers University Press.

Rozée Virginie & al., 2016, « La gestation pour autrui en Inde », Population & sociétés, no. 537, INED.

Saravanan S., 2015, « Global justice, capabilities approach and commercial surrogacy in India », Men Health Care.

Philosophy, pp. 295-307, 18 (3) Film Breeders: A subclass of women, CBC Network.

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