LA NOTTE DELL’ANELLO: “L’AMORE NON MUORE MAI”

Intervento del Presidente Steadfast, Emmanuele Di Leo alla “Notte dell’Anello”

 


Cari amici,
vorrei iniziare con un’immagine che Tolkien ci consegna: in fondo a Mordor, quando tutto sembra perduto, Frodo non riesce più ad andare avanti. È Sam che lo solleva, dicendo: “Non posso portare l’Anello per te, ma posso portare te.”
Ecco, questa è la speranza: non la certezza della vittoria, ma la certezza che l’amore non abbandona mai.

E questa speranza è la stessa che ci ha spinti, con Steadfast, a combattere per Alfie Evans. Non potevamo arrenderci, non potevamo rimanere in silenzio, non potevamo lasciare che la logica del mondo decretasse che quella piccola vita non meritava più di essere vissuta.

Alfie era un bambino. Nulla di più, nulla di meno. Un bambino fragile, malato, ma pienamente figlio, pienamente vivo, pienamente persona.
Eppure, nel cuore dell’Europa che si vanta di difendere i diritti, fu deciso che la sua vita non era più “utile”, non era più “degna”.

Ricordo i giorni di quella battaglia: le veglie, le preghiere, le manifestazioni, l’appello del Papa. Ricordo la disperazione dei genitori, la forza con cui non si arresero. E ricordo noi, insieme, a gridare che Alfie non era un numero, non era un caso clinico: era un figlio, era un dono, era una luce.

Tolkien ci insegna che la lotta contro l’Ombra non si misura sul risultato finale, ma sulla fedeltà al bene. E noi, come Sam e Frodo, non abbiamo smesso di camminare accanto a quella famiglia, anche quando tutto sembrava perduto.

E permettetemi di dire questo con chiarezza: Alfie è diventato il simbolo di tutti i bambini ai quali viene negato il diritto alla speranza.
Lo vediamo in Nigeria, dove Boko Haram rapisce i piccoli per trasformarli in soldati.
Lo vediamo tra le vittime della tratta, bambine e adolescenti ridotte a schiave sessuali.
Lo vediamo perfino nel mercato della maternità surrogata, dove i bambini non sono accolti, ma commissionati, consegnati come pacchi postali.

Alfie ci ha fatto capire che il male non è solo lontano, non è solo “altrove”: è qui, nei nostri ospedali, nei nostri tribunali, nelle nostre società che hanno smarrito la capacità di riconoscere che la vita è sempre un bene, sempre un dono.

In Spe Salvi, Benedetto XVI ci dice che “chi ha speranza vive diversamente”.
È vero. Nei giorni di Alfie abbiamo visto due modi di vivere: da un lato il cinismo di un sistema che considera la vita calcolabile, misurabile, sacrificabile. Dall’altro la speranza di una famiglia, di un movimento, di una comunità che non ha ceduto al silenzio.

E quella speranza non è stata vana, anche se Alfie non è sopravvissuto. Perché il suo grido continua. Perché la sua memoria è diventata un seme che oggi ci chiama ad agire contro tutte le nuove forme di schiavitù e di disumanizzazione.

Tolkien ci mostra che la vittoria contro l’Ombra non arriva dai potenti, ma dagli umili.
Non è Gandalf, non è Aragorn, non sono i grandi guerrieri a distruggere l’Anello: è Frodo, un piccolo hobbit.

Così Alfie: un bambino fragile, incapace di parlare, di camminare, di difendersi. Eppure, proprio lui è diventato il centro di un movimento mondiale per la vita, la scintilla che ha risvegliato coscienze addormentate.

Cari amici, oggi il mondo ha bisogno di Alfie, così come la Terra di Mezzo aveva bisogno degli hobbit. Ha bisogno della forza degli umili, della purezza dei piccoli, della speranza che nasce da chi non conta nulla secondo i criteri del potere.

Dalla disperazione all’azione
Questa è la sfida: non lasciarci rubare la speranza.
Ogni bambino-soldato, ogni donna vittima della tratta, ogni vita resa oggetto di mercato ci domanda se avremo il coraggio di fare come Sam: alzare chi non riesce a camminare, portare chi non ha più forze, resistere quando l’Ombra sembra vincere.

Tolkien scrive che anche l’Ombra più fitta deve passare, e che un nuovo giorno verrà.
E Benedetto XVI ci ricorda che il futuro non è mai già scritto, perché Dio è entrato nella storia, e la Croce ci assicura che la sofferenza non è l’ultima parola.

Cari amici, quando ci chiedono perché continuiamo a combattere battaglie che sembrano perse, io rispondo con le parole di Sam a Frodo: “C’è del buono in questo mondo, ed è per quello che vale la pena lottare.”

Alfie ci ha mostrato che la vita, anche la più fragile, ha un valore infinito. Ci ha mostrato che la speranza non è un’illusione, ma una forza concreta che cambia i cuori. Ci ha mostrato che anche una piccola fiamma può sfidare l’oscurità di un sistema senza misericordia.

E allora vi chiedo: non spegniamo quella fiamma. Custodiamola, moltiplichiamola, difendiamola. Perché solo così potremo costruire un futuro in cui nessun bambino venga più sacrificato all’altare dell’indifferenza, della burocrazia o del mercato.

Perché, come scriveva Benedetto XVI, “l’uomo è redento dall’amore”. E l’amore non muore mai.