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FABIO E FEDERICO HANNO SCELTO DI MORIRE, NOI ABBIAMO SCELTO Di VOLTARCI

FABIO E FEDERICO HANNO SCELTO DI MORIRE, NOI ABBIAMO SCELTO Di VOLTARCI

Fabio Ridolfi, 46 anni, marchigiano, morto lunedì 13 giugno, di sera. Era tetraplegico, da 18 anni immobilizzato a letto, senza poter muovere nessuna parte del corpo, se non gli occhi, a causa di una patologia irreversibile: la tetraparesi da rottura dell’arteria basilare.
Una vita dura, una sofferenza insopportabile, che lo hanno portato a fare appelli per poter mettere fine alla propria vita e infine ad entrare in contatto con chi gli ha proposto l’eutanasia come unica soluzione.

 

Federico Carboni, 44 anni, conosciuto finora come “Mario”, stesse origini marchigiane, morto il 16 giugno, di mattina. Anche lui tetraplegico e immobilizzato a letto, a seguito di un incidente stradale avvenuto 11 anni fa.
Anche per lui suggerimenti di porre fine alla propria vita con l’eutanasia.

 

L’associazione Coscioni, con Marco Cappato e Mina Welby, sono stati in prima linea per condurli a morte.
Due storie simili, due dolori identici, la stessa proposta: il suicidio assistito, ottenere una morte veloce e indolore.

 

Federico si è autosomministrato un farmaco letale sotto la supervisione di Mario Riccio, 63enne anestesista e dirigente dell’associazione Coscioni, già protagonista nel distacco dei supporti vitali che portò alla morte Piergiorgio Welby.
Il Comitato etico regionale aveva riconosciuto i requisiti per accedere alla morte medicalmente assistita secondo la sentenza della Corte Costituzionale 242 (Cappato-dj Fabo del 2019) anche se attualmente manca la legge che di fatto permetta di praticare qualunque suicidio assistito con gli strumenti e il personale del Servizio sanitario.
Una morte, dunque, a cui si è affiancato un medico che non ha agito come espressione del SSN, ma come prestatore d’opera privato.

 

Fabio invece, nonostante avesse i requisiti per accedere alla morte medicalmente assistita secondo la stessa sentenza, ha deciso di revocare il consenso alla nutrizione e alla idratazione artificiali, morendo dopo ore di sedazione profonda, stanco dei ritardi burocratici.

 

Fanno rabbrividire le parole di Cappato e Welby: «Fabio non è morto immediatamente come avrebbe voluto».
Addirittura si rammaricano!
Non perché un uomo è morto in una situazione paradossale, ma semplicemente perché lo scopo di morire subito non è stato raggiunto.

 

L’unico vero rammarico qui deve averlo la società, che lascia in mano persone deboli, malate, sofferenti a personaggi che li usano per le proprie campagne di morte e non è in grado di offrire una valida alternativa per dire sì alla vita.

 

Affiancare un malato, fisicamente e psicologicamente, è difficile, richiede fatica, presenza costante, denaro. È facile cadere nello sconforto, sentirsi abbandonati. Non giudichiamo minimamente chi cade nella trappola della morte “compassionevole”. La colpa non è certo loro.
La colpa è nostra che li lasciamo avvicinare da chi propone scelte comode e sbrigative anziché prodigarci per offrire ciò che serve loro anzi, spesso queste situazioni diventano capri espiatori di tifoserie da stadio come se ci fosse godimento nel vedere finalmente qualcuno morire.
Perfino di fronte alla morte c’è chi è in grado di gioire, è davvero giunto il momento che la società si interroghi sulla direzione da prendere.

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