3° FESTIVAL DELL’UMANO TUTTO INTERO: “LA DOMANDA È SEMPRE LA STESSA: LUPO O FRATELLO?”

Si è tenuto a Roma, nella suggestiva cornice del Pio Sodalizio dei Piceni, il 3º Festival dell’“Umano Tutto Intero”. All’interno del secondo “luogo” ideale dell’evento, dedicato al tema del conflitto , ha avuto luogo il toccante panel intitolato “Guerra e violenza: unico disumano (dis)ordine mondiale? Dove i popoli (e i cristiani) soffrono”.


ROMA
. Dalle persecuzioni anticristiane in Africa alla guerra in Medio Oriente, dalla libertà religiosa alle nuove forme di violenza che attraversano il mondo contemporaneo. È stato uno dei momenti più intensi del 3° Festival dell’«Umano Tutto Intero», promosso dal Network “Ditelo sui Tetti” presso il Pio Sodalizio dei Piceni, il panel dedicato a “Guerra e violenza: unico disumano (dis)ordine mondiale? Dove i popoli (e i cristiani) soffrono”.

A confrontarsi sul tema sono stati Antonio Tajani, Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale; Cardinale Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana; Monsignor Ettore Balestrero, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra; Monsignor Jules Boutros, Vescovo della Curia Patriarcale di Antiochia dei Siri e responsabile della pastorale giovanile in Libano; Matilde Leonardi, neurologa e docente dell’Università Cattolica Ucraina di Leopoli; Shahid Mobeen, Presidente del Consiglio Italiano per la Libertà Religiosa e il Dialogo Interreligioso; Marinellys Tremamunno, giornalista e analista internazionale; Giovanni Orsina, storico e direttore del Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli; Luigi Crema, docente e giurista esperto di diritto internazionale, ed Emmanuele Di Leo, presidente della ONG internazionale Steadfast. A moderare il dibattito sono stati Marco Invernizzi e Maria Letizia Cavuoto.

Tra i relatori Emmanuele Di Leo, Presidente della ONG Steadfast , ha offerto una testimonianza cruda e appassionata sulla drammatica realtà dei cristiani perseguitati in Africa subsahariana, in particolare in Nigeria: «L’anno scorso ci eravamo lasciati con una domanda: homo homini lupus – l’uomo è lupo per l’uomo – è davvero l’unica strada? O l’uomo può scegliere di essere fratello? Quest’anno quella domanda trova quasi una risposta: “Ben venga, mia sorella Vita”. Perché dire sì alla vita, oggi, in tante parti del mondo, è un atto di coraggio. Letteralmente».

A margine dell’incontro abbiamo approfondito con Emmanuele Di Leo alcuni dei temi affrontati durante il panel, in particolare la condizione delle comunità cristiane nei principali teatri di crisi dell’Africa subsahariana, raccogliendo testimonianze dirette maturate nel corso della sua attività sul campo.

Il racconto prende avvio da Yelwata, nello Stato nigeriano di Benue, teatro di uno dei più gravi massacri degli ultimi mesi.

«Miliziani armati hanno circondato il mercato dove si erano rifugiate centinaia di sfollati. Sono entrati gridando “Allahu Akhbar”, hanno appiccato il fuoco alle case con la gente dentro, hanno aperto il fuoco sulla folla. Duecento morti. Papa Leone XIV lo ha chiamato “un terribile massacro”».

Poi la descrizione, quasi cinematografica, dei luoghi: «Io quei luoghi li conosco. Ho camminato in quelle stesse strade: strade di terra rossa che si attacca alle scarpe, che si solleva in nuvole ad ogni passo. Quella stessa terra rossa, alla domenica, si riempie di migliaia di persone che si raccolgono a cielo aperto per pregare e cantare. Cantano a Dio per ore. Cantano con un corpo intero, con le mani, con i piedi nella polvere».

Una fede che continua a manifestarsi nonostante la violenza: «Ora pensate che su quelle stesse strade, qualche ora prima, erano passati gli uomini armati, le moto, i fucili. La stessa polvere rossa. Lo stesso cielo aperto, sopra case che bruciavano».

La denuncia: «Non sono fantasmi»

«Conosco anche i nomi di chi viene a portare morte: Boko Haram. L’ISWAP. Le milizie Fulani, che nella fascia centrale della Nigeria stanno cancellando villaggi cristiani dalla mappa. Non sono fantasmi. Hanno nomi, comandanti, bandiere» portando numeri che definisce impossibili da ignorare: “Secondo l’ultimo rapporto Open Doors, nel mondo sette cristiani su dieci uccisi per la loro fede nell’ultimo anno sono morti in un solo Paese: la Nigeria. Il settanta per cento. Il totale degli ultimi anni supera le 5.600 vittime, 124 mila sfollati e oltre 2.100 chiese colpite o incendiate».

La crisi, però, non riguarda soltanto la Nigeria: «In Mozambico e Congo, in quattro giorni, ventidue cristiani sono stati uccisi, molti decapitati. In Burkina Faso quasi duemila civili sono morti dal 2023 e oltre cento chiese sono state distrutte. Dall’Etiopia arrivano nuove notizie di violenze contro minoranze religiose».

Per questo, osserva, la parola “genocidio” è tornata nel dibattito internazionale: «Non sono qui per la disputa sulle etichette. Ma una cosa è certa: in intere regioni dell’Africa subsahariana comunità cristiane che vivevano lì da secoli stanno scomparendo. Non per scelta. Per paura. Per violenza».

«Babele o Gerusalemme»

Di Leo richiama anche la recente enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV: «Il Papa propone il bivio tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme. Un potere che si impone riducendo l’altro a un ostacolo da eliminare, oppure un popolo che si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna».

Una riflessione che, secondo il presidente di Steadfast, descrive perfettamente quanto accade oggi nei teatri di guerra. «Cambiano gli strumenti – un algoritmo, un fucile – ma la scelta di fondo resta quella: dominare o costruire insieme. Ciò che accade in Nigeria, Mozambico e Burkina Faso è Babele che si ripete con mezzi antichi».

Eppure, aggiunge, esiste anche un’altra storia: «C’è chi, in mezzo alle macerie, sceglie Gerusalemme: i sacerdoti che restano, le madri che la domenica portano comunque i figli in chiesa».

Le proposte all’Europa

Di Leo non si limita alla denuncia, lancia due proposte operative presentate durante il panel. La prima riguarda la cooperazione internazionale: «Chi riceve risorse per il proprio sviluppo deve impegnarsi a proteggere tutti i propri cittadini, comprese le minoranze di fede. Tutela, e allora collaboriamo; non tutela, e la cooperazione va ripensata».

La seconda riguarda l’Unione Europea: «L’Italia si faccia promotrice di un salto di qualità: trasformare l’Inviato speciale europeo per la libertà religiosa in una figura con vero peso politico, mandato pieno e budget dedicato. Un ufficio vuoto non serve a nessuno».

Joel, il volto della domanda

Il racconto prosegue con l’incontro con Joel, una bambina di sei anni ospite di un orfanotrofio in Nigeria: «Quando ho incrociato i suoi occhi ho visto una cosa che non so spiegare bene nemmeno adesso: in quegli occhi di bambina c’era lo sguardo di un’anziana. Uno sguardo che aveva visto troppo».

Le offre un biscotto e la prende in braccio per proteggerla dagli altri bambini. Poi arriva il momento di partire: «Sono salito in macchina. Lei era ancora lì, piccola, nell’angolo. Ma mi guardava. Dritto verso il finestrino. E con la sua manina mi ha salutato».

Da allora, confessa, quella domanda non lo ha più lasciato: «Joel è la “sorella vita” che aspetta ancora un “ben venga”. È la domanda lupo-o-fratello scritta negli occhi di una bambina di sei anni. E io quella domanda, da quel giorno, non riesco più a metterla via».

Nelle sue parole il richiamo al tema della libertà religiosa e delle persecuzioni anticristiane fuori dalle statistiche e dentro le storie. Perché, come ha ricordato Di Leo, «non siamo qui per i convegni o per le statistiche. Siamo qui perché da qualche parte, in questo momento, c’è un’altra Joel in attesa di qualcuno».

 

Intervista del “Il Nuovo Terraglio”